Nuove Scoperte sul Tumore al Seno: L’Invasività Può Favorire la Risposta Immunitaria

Uno studio italiano rivela come il movimento delle cellule tumorali nel carcinoma mammario possa attivare la risposta immunitaria, aprendo nuove strade per la ricerca.

Immagine rappresentativa del tumore al seno e risposta immunitaria

In Breve

Qual è la scoperta principale dello studio?
La fluidificazione del tessuto tumorale nel carcinoma mammario può attivare la risposta immunitaria.
Qual è il ruolo della proteina Rab5A?
Rab5A facilita il passaggio del tessuto tumorale da uno stato solido a uno più fluido, attivando la risposta immunitaria.
Quali sono le implicazioni cliniche di questa scoperta?
La scoperta potrebbe portare a nuovi biomarcatori predittivi e migliorare l'efficacia delle immunoterapie.

Il tumore al seno continua a rappresentare la neoplasia femminile più diffusa in Italia, con oltre 53.000 nuovi casi diagnosticati ogni anno. Un recente studio condotto dai ricercatori di Ifom e dell’Università di Milano, pubblicato su Nature Communications, ha identificato un legame tra la fluidificazione del tessuto tumorale e l’attivazione della risposta immunitaria nel carcinoma mammario.

La ricerca, sostenuta dalla Fondazione Airc, si concentra sul fenomeno del movimento collettivo delle cellule tumorali. Quando queste cellule, normalmente compatte, riacquistano mobilità, il tessuto tumorale passa da uno stato “solido” a uno più “fluido”. Questo processo è facilitato dall’aumento dell’attività della proteina Rab5A. La fluidificazione genera stress meccanici e metabolici che danneggiano i mitocondri, portando al rilascio di frammenti di DNA mitocondriale nel citoplasma. Questo attiva la via cGAS-STING, innescando una risposta infiammatoria che attira le cellule immunitarie verso il tumore.

Nei modelli preclinici, i tumori con alta attività di Rab5A mostrano una crescita più lenta in presenza di un sistema immunitario funzionante, una maggiore infiltrazione immunitaria e una sensibilità aumentata ai farmaci che agiscono sui checkpoint immunitari. Tuttavia, i ricercatori sottolineano che non si tratta ancora di una terapia pronta per l’uso clinico, ma di una scoperta che potrebbe portare allo sviluppo di nuovi biomarcatori predittivi e strategie per migliorare l’efficacia delle immunoterapie.

Questa ricerca apre nuove domande su come distinguere le lesioni che progrediranno da quelle che resteranno indolenti, specialmente nei casi di carcinoma duttale in situ (Dcis), che rappresenta oltre il 20% delle diagnosi. Potrebbe anche contribuire a ridurre i trattamenti non necessari per le pazienti con Dcis.